15/05/2009
Ambulantato, i mercati piacciono ancora
Il mondo dell’ambulantato a 360°, per quanto concerne peculiarità, normative, esigenze, strutture, e gradimento presso i consumatori, a livello europeo, nazionale e regionale, in una panoramica che comunque ribadito la vitalità e l’importanza del ruolo di tale comparto, sotto vari profili, nell’ambito dei mercati.
Questo il quadro fornito dal convegno, svoltosi alla Camera di Commercio di Trieste sul tema appunto “Il ruolo del commercio ambulante nell’Europa del terzo millennio, in concomitanza alla prima giornata di “Piazza Europa 2009”, il Mercato Europeo del Commercio Ambulante, manifestazione organizzata dalla Confcommercio triestina in collaborazione con la FIVA-Confcommercio, la Federazione Italiana Venditori Ambulanti, che, fino a lunedì sera, vedrà la presenza nel centro di Trieste di oltre 160 espositori in rappresentanza di 17 Paesi del Vecchio Continente.
Ad aprire i lavori è stato Giacomo Errico, presidente nazionale della FIVA, che ha sottolineato il ruolo del commercio ambulante nei centri urbani, non solo in termini di produttività, ma anche sotto il profilo della vivibilità di innumerevoli aree di città e paesi, che, in caso di abbandono da parte di bancarelle e mercatini, anche a seguito del depauperamento del tessuto commerciale tradizionale dovuto alla concorrenza della grande distribuzione, rischierebbero una desertificazione.
Errico ha anche evidenziato come l’ambulante sovente costituisca servizio e punto di riferimento importanti soprattutto per le fasce più deboli dei consumatori, anche se tale settore molto spesso non gode di un’adeguata attenzione da parte di amministrazioni ed istituzioni, che lo ritengono invece di secondaria valenza e che non colgono pertanto le molte peculiarità, non solo sotto l’aspetto commerciale, utili ed apprezzate da una vasta utenza.
Lo scenario italiano
Armando Zelli, segretario nazionale della FIVA, ha quindi rimarcato, prima di presentare i dati, aggiornati al 30 giugno 2008, come il trend delle imprese ambulanti su aree pubbliche in Italia faccia segnare dal 1998 ad oggi, con la sola parentesi del 2007, una costante crescita, anche se tale tendenza richiederebbe, a detta dello steso presidente della FIVA, una riflessione sulle prossime linee evolutive e di sviluppo di questo segmento del commercio alla luce della perdurante stagnazione dei consumi.
A questo riguardo, infatti, in base alle rilevazioni presenti negli archivi Unioncamere e dei dati pubblicati dall’Osservatorio del commercio presso il Ministero dello Sviluppo Economico, nell’arco degli ultimi dieci anni, il numero delle imprese del comparto (commercio al dettaglio ambulante a posteggio fisso, commercio al dettaglio ambulante a posteggio mobile di alimentari e bevande, commercio al dettaglio ambulante a posteggio mobile di tessuti e articoli di abbigliamento e commercio ambulante generico a posteggio mobile), è aumentato del 32%, passando dalle 122.801 unità registrate al 30 giugno 1998 alle 162.269, censite il 30 giugno dello scorso anno.
Tale trend, tuttavia, è essenzialmente dovuto al forte incremento delle ditte esercenti l’attività su posteggi mobili oppure in forma esclusivamente itinerante, mentre, quelle a location fissa, manifestano da qualche anno, complici fattori, anche di carattere normativo, segni evidenti di cedimento.
Per quanto concerne la distribuzione geografica, il maggior numero di aziende è attivo nelle regioni meridionali, dove tuttavia gli ultimi dati parlano di un sensibile decremento, mentre, al contrario, nel Centro Italia, si è assistito ad una crescita.
Nell’ambito di un’analisi generale, che si estende su tutto il territorio nazionale, per quanto concerne invece l’offerta merceologica, è in forte calo il settore
dell'ortofrutta e, in misura minore quello dei prodotti ittici, mentre lievitano notevolmente i settori dell’abbigliamento, pur in presenza di una certa flessione che ha interessato i segmenti della pelletterie e delle calzature.
Trend al rialzo, infine, in riferimento ai settori dei prodotti musicali, dei libri e dei giocattoli mentre sono in discesa fiorai e profumieri.
Circa la struttura giuridica delle unità produttive, ben il 95,6% del totale è rappresentato da imprese individuali e a carattere familiare.
L’indagine ha anche rilevato come il settore dell’ambulantato denoti una forte presenza di titolare d’impresa extracomunitari, che sono passati dalle 29.000 unità del 2004 alle 53.095 del 2008, andando perciò a rappresentare il 33% complessivo delle aziende del settore. Per quanto riguarda le imprese in rosa, ovvero guidate da donne, esse costituiscono il 15% del totale, attive soprattutto nel Nordovest.
Lo scenario italiano in numeri
162.000 le imprese al 30 giugno 2008 di cui il 16% a conduzione femminile e il 33 % a titolarità extracomunitaria
350.000 gli addetti, fra titolari collaboratori familiari e personale dipendente con un ulteriore indotto di altre 100.000 unità
14-16% la quota finale di consumi commercializzati dal settore
20% l’incidenza del settore sul totale dei punti vendita italiani di commercio al dettaglio
4.380.000 mq la superficie di vendita attivata dalle imprese di cui:
828.000 mq nel settore alimentare
2.062.000 mq nel settore dell’abbigliamento, del vestiario e delle calzature
1.490.000 mq nel settore delle merci varie
25-26 miliardi di € la cifra d’affari 2007 di mercati, itineranti, chioschi e fiere
24 milioni di consumatori che vengono sui mercati una volta a settimana e vi effettuano almeno un acquisto
Le quote di consumo
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ORTOFRUTTA 50-55% |
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SALUMI E FORMAGGI 15-20% |
| ABBIGLIAMENTO E CONFEZIONI 10-12% |
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JEANSERIA CAMICERIA 10-12% |
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CASALINGHI ARTICOLI DA REGALO 8-10% |
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PROFUMI E DETERGENTI 3-4% |
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PIANTE E FIORI 5-6% |
| PESCE 35-40% |
| ALTRI ALIMENTARI 10-15% |
| CALZATURE 5-7% |
| GIOCATTOLI 2-3% |
| AUDIOMUSICA 2-3% |
| ALTRI PRODOTTI 1-2% |
| INTIMO MAGLIERIA 10-15% |
|
PELLETTERIE 8% |
I luoghi di vendita
Oltre 1.100 i mercati nei soli capoluoghi di provincia con 94.000 posteggi
Più di 9.000 i mercati periodici negli altri comuni italiani
quasi 6.000 le fiere e sagre tradizionali all’anno
A ciò si devono aggiungere chioschi isolati, postazioni a rotazione e piazzole per itineranti
Lo scenario europeo
Zelli, in riferimento alla situazione del Vecchio Continente, ha evidenziato invece come non esistano statistiche precise e definite sull’entità degli operatori commerciali ambulanti in Europa, a seguito delle diverse definizioni, anche di carattere legislativo ed economico, che differenziano i vari Paesi. Fra Germania, Olanda, Francia, Belgio, Italia (e cioè nel nucleo storico della vecchia UE) operano circa 550 mila microimprese che rappresentano mediamente il 9-11 % dei punti vendita al dettaglio. Molto forti le consistenza del settore anche in Spagna (60.000), Gran Bretagna (40.000) e Grecia (50.000). Per i Paesi scandinavi non si possiedono ancora fonti certe (le stime parlano di circa 20.000 operatori nell’area) mentre per il Portogallo i dati sono completamente assenti
Allo stesso modo esistono stime approssimative sull’Europa Orientale. In ogni caso, complessivamente, appare verosimile ipotizzare che gli ambulanti europei siano circa un milione.
Il libro verde della Commissione UE sullo stato del commercio interno dell’Unione stima il commercio ambulante pari al 10% della globalità del commercio a posto fisso, con un numero di addetti superiore ai due milioni e un fatturato pari al 7-10% dell’intera cifra di affari del dettaglio.
I consumatori del mercato
Nel corso del convegno è stata effettuata anche un’ampia panoramica che ha consentito di tracciare una sorta di identikit in relazione ai frequentatori del mercato, peraltro in crescita del 2,6% rispetto ad un’analoga campionatura svolta nel 2006, ai loro gusti, stato sociale, occupazione, prodotti acquistati e altre voci ancora.
L’indagine, comunque, condotta nel 2008, ha interessato 334 mercati,si è svolta in 253 località di tutto il territorio nazionale attraverso la distribuzione di quasi 2000 questionari.
La crescita, registrata soprattutto nei centri maggiori, in base alla risposte fornite dagli interpellati, è legata anche alla concezione che i consumatori hanno del mercato, percepito non solo quale luogo di shopping, ma anche location di socialità e punto d’incontro fra le persone.
L’indagine 2008, inoltre, ha fatto rilevare come, almeno una volta alla settimana circa 25,5 milioni di persone frequentino i mercati effettuando almeno un acquisto. Il dato, come detto, è in costante crescita, quasi uniforme sul territorio nazionale, anche in quelle aree geografiche, come il Centro, dove invece si è registrata una contrazione particolarmente accentuata dei consumi in generale.
In base ai dati raccolti, l’attività dei mercati rappresenta un elemento significativo nell’ambito della distribuzione italiana e lo conferma la quota di incidenza sul totale dei consumi commercializzati che oscilla fra il 14 e il 16 per cento, con punte di assoluto rilievo in particolari segmenti come l’ortofrutta, il pesce, l’abbigliamento.
Sul fronte dei consumatori, i punti di forza del sistema sono individuati nella possibilità di fare confronti immediati e diretti fra i diversi prezzi e prodotti, nella forte concorrenza che va a calmierare talvolta i listini e nella dimensione più umana dell’acquisto. Fra i fattori di debolezza segnalati, invece, rientrano le difficoltà di carattere logistico e urbanistico, il sistema degli orari e alcuni ritardi sotto il profilo dell’ innovazione.
Per quanto riguarda il valore della “sporta”, sulla base delle dichiarazioni dei consumatori, la spesa media, o comunque quella derivante da almeno un acquisto settimanale effettuata sul mercato (intendendo per ciò anche quella fatta presso i banchi dei produttori diretti), si avvicina ai 25-26 miliardi di euro annui
In riferimento al cliente tipo, questo è prevalentemente donna(78%), soprattutto di età compresa fra i 31 e i 50 anni, casalinga, ma anche impiegata, con un carico familiare complessivo di 3/4 persone, che frequenta il mercato costantemente (almeno una volta a settimana e, nelle grandi città, una volta ogni 2/3 giorni anche se, in questo caso, prevale un’età anagrafica più avanzata).
Rispetto all’ indagine di due anni or sono, le variazioni più significative sono due, con l’aumento della componente dei pensionati, il calo del numero delle donne occupate e, al contempo, la crescita di quello delle casalinghe soprattutto nei mercati periodici.
Per quanto concerne le distanze, le sedi dei mercati frequentati sono mediamente prossime e comode rispetto alla casa dove si abita, visto che, complessivamente, quasi il 50% si colloca entro i 1000 metri di distanza in modo uniforme su tutto il territorio, salvo l’eccezione significativa dei mercati fissi che per il 37% si concentrano nei 500 metri di distanza dalla residenza dei consumatori.
Al mercato i consumatori vanno a piedi o con l’auto propria, soprattutto al mattino, mentre l’utilizzo del mezzo pubblico è assai scarso soprattutto nei comuni metropolitani .
In riferimento agli acquisti, i più gettonati riguardano l’ortofrutta, seguita da abbigliamento e intimo, calzature, prodotti ittici, salumi e formaggi e da altri generi vari come casalinghi e gli articoli da regalo. Buone aliquote di acquisto realizzano anche i prodotti alimentari in genere, piante e fiori nonché i prodotti per l’igiene personale e della casa.
Nelle grandi città e nei mercati fissi l’acquisto di alimentari è assolutamente prevalente rispetto al non food, mentre, nei mercati periodici e nei centri minori gli acquisti, salvo che per l’ortofrutta e per i salumi e formaggi, si caratterizzano soprattutto per il settore non alimentare. Nei centri minori, infine, l’abbigliamento è la merceologia più richiesta che si quasi appaia all’ortofrutta.
L’indagine ha poi messo in risalto come, in termini più specifici, il mercato goda ancora di buona fama in tema di qualità/prezzo dei prodotti acquistati al mercato.
Infatti, quasi il 60% del campione , in misura abbastanza uniforme su tutto il territorio nazionale,
giudica positivo (e cioè di livello discreto e/o buono) in senso assoluto il rapporto qualità prezzo.
Per quanto riguarda la “quantificazione” degli importi spesi al mercato settimanalmente da parte dei consumatori, l’11% non ha voluto o saputo rispondere al riguardo, il 18,2% ha affermato di spendere una cifra inferiore a 10 euro complessivi, il 32% ha dichiarato una cifra oscillante fra i 10 ed i 20 Euro, il 24,2% ha rivelato di lasciare sui banchi da 21 a 40 euro mentre, il 14,5%, ha spiegato di acquistare merci per più di 40 euro.
Lo scenario in Friuli Venezia Giulia
Il totale delle imprese attive di commercio su aree pubbliche in Friuli Venezia Giulia iscritte al Registro Imprese alla data del 30 giugno 2008 assomma a 1.520 unità, contro le 1.548 dell’analogo periodo del 2007, per un decremento pari allo 0,02%. Rispetto al 1999, anno nel quale si è registrata la consistenza minima delle imprese in campo nazionale, la crescita in regione è stata pari a 130 unità con un tasso di incremento pari al 9,35% contro il 33,41% nazionale e quindi molto meno sostenuto.
Relativamente alla tipologia di esercizio dell’attività, il numero delle imprese classificate a posteggio fisso (e cioè con posteggi su mercati), dopo il massimo storico toccato nel 1999 e pari a 1.149 imprese, è andato in continua e progressiva riduzione e si posiziona a quota 856 unità, con una perdita nell’intero periodo di 293 unità e 25,5 punti percentuali. Viceversa il segmento delle imprese a posteggio mobile (cioè con forma prevalente itinerante o fieristica) fa registrare, tanto in valori assoluti che in termini percentuali, una forte crescita, ben oltre il raddoppio, portandosi a 664 unità contro le 241 del 1999, con un aumento di 275,50 punti percentuali e segue medie annue di crescita vicine al 30%, seguendo fedelmente l’andamento di crescita nazionale.
Al 31 dicembre 2008 i dati di fonte istituzionale per la Regione Friuli Venezia Giulia fanno riferimento a 1.572 imprese di cui 894 a posteggio fisso e 678 a posteggio mobile.
Ne consegue, quanto alla relazione intercorrente fra imprese a posteggio fisso e quelle a posteggio mobile, che è in atto un profondo riequilibrio regionale fra le due tipologie visto che, se nel 1999 il rapporto era di 8,3 imprese a p.f. (contro le 8 nazionali) e 1,7 imprese a p.m. (contro le 2 nazionali), nel 2008 esso è diventato praticamente di 5,6 imprese (contro le 6,5 nazionali) a p.f. e 4,4 imprese a p.m. (contro le 3,5 nazionali)
Il confronto fra i dati 1999-2008 , relativamente alla quattro province, al 30 giugno 2008 evidenziava comunque i seguente dati, riportati schematicamente:
|
Imprese a p.f. |
Imprese a p.m. |
Totale Imprese |
|
1999 |
2008 |
1999 |
2008 |
1999 |
2008 |
|
GORIZIA |
39 |
84 |
16 |
62 |
55 |
146 |
| PORDENONE |
214 |
177 |
38 |
142 |
252 |
319 |
|
TRIESTE |
305 |
127 |
48 |
177 |
353 |
304 |
|
UDINE |
591 |
468 |
139 |
283 |
730 |
751 |
|
TOT. REGIONE |
1.149 |
856 |
241 |
664 |
1.390 |
1.520 |
I dati disponibili, inoltre, evidenziano la profonda trasformazione interna quanto all’offerta merceologica del commercio su aree pubbliche attiva.
Se nel 1999, nella regione, le imprese a merceologia alimentare rappresentavano il 22,95% del totale dell’offerta (32,06% il dato nazionale), a giugno 2008 questa incidenza si è ridotta al 19,2% (24,35% il dato nazionale) con una perdita in valori assoluti di 27 imprese. Crescita, invece, in misura piuttosto rilevante, per il settore dell’abbigliamento e del vestiario ( da 486 a 718 imprese) e, sia pure in termini più contenuti, per il settore delle merci varie (da 352 a 416 imprese).
Sintetizzando, perciò, il comparto alimentare vede calare il suo peso specifico di oltre mezzo punto percentuale all’anno mentre, quelli del vestiario e dell’abbigliamento, arrivano ad un’ incidenza di quasi cinque imprese su 10 esercenti il commercio.
Le merci varie, da ultimo,salgono ad una media di quasi mezzo punto percentuale l’anno e rappresentano complessivamente poco meno di tre imprese su 10.
In calo, invece, le aziende di ortofrutta, passate dalle 112 unità del 2004 alle 88 unità del 2008 (rispettivamente 64 e 4) con un calo di oltre 21 punti percentuali. Le imprese di vendita dei fiori, classificate soltanto a posto fisso, scendono dalle 90 unità del 2004 alle 79 unità del 2008 (-12,2%).
Per quanto concerne il raffronto fra aperture e cessazioni, a dicembre 2007, gli ultimi dati del Ministero dello Sviluppo Economico disponibili, parlavano di 130 aperture nell’anno (50 nel segmento delle imprese a p.f. e 80 nel segmento delle imprese a p.m.). A fronte ci sono 90 cessazioni a p.f. e 55 cessazioni a p.m. per un totale di 145 cessazioni.
In forza dei dati sopra descritti la Regione Friuli Venezia Giulia assomma lo 0,96% del numero nazionale delle imprese di commercio su aree pubbliche.
Per quanto riguarda la struttura giuridica, rispetto al dato nazionale, nel Friuli Venezia Giulia operano in proporzione molte più società di persone e cioè 63 unità di s.n.c. pari al 4,14% del totale delle imprese (2,64% il dato nazionale) e 40 unità di sas pari al 2,63% del totale delle imprese (1,61% il dato nazionale).
Altri elementi di interesse sono rappresentati dalla titolarità delle imprese.
Nel 2003 operavano in Friuli Venezia Giulia 239 imprese il cui titolare era un soggetto extracomunitario su un totale di 1.446 imprese regionali, con una incidenza pari al 16,53% del totale delle imprese della regione (20,33% il dato nazionale).
A giugno 2008, invece, sono presenti in regione 545 imprese a titolarità extracomunitaria, pari al 35,85% delle imprese regionali (33,43% il dato nazionale).
In cinque anni, pertanto, le imprese extracomunitarie sono più che raddoppiate mentre, invece, cala la quota del commercio in rosa. Nel 2003, in Friuli, le imprese al femminile erano 383 su 1.446 in totale, per una percentuale pari al 26,48% delle imprese (18,81% il dato nazionale) mentre, a giugno 2008 esse sono 285 su 1.520 per una incidenza pari al 18,75% del totale delle imprese (15,59% il dato nazionale), con un calo di quasi 100 unità.
Zelli ha quindi evidenziato come una delle maggiori criticità per gli operatori del settore sia costituito dal fenomeno dell’abusivismo e dalla correlata vendita di innumerevoli tipologie di merci contraffatte.
Circa il Friuli Venezia Giulia, detto fenomeno, per quanto presente, risulta essere piuttosto transitorio, almeno rispetto ad altri centri e ai litorali delle grandi stazioni balneari e turistiche nel periodo estivo.
L’abusivismo, ad ogni modo produce un ingente danno anche in riferimento al gettito fiscale per lo Stato.
In Regione, a livello annuo, si stimano comunque evasioni da 10 a 13 milioni per quanto riguarda l’ imposta sul reddito, da 8,5 a 11 milioni annui di euro in riferimento all’imposta sul valore aggiunto, da 4,5 a 5,7 milioni di euro per quanto concerne le contribuzioni assicurative e previdenziali, da 1 a 1,5 milioni di euro concernenti la tassazione del suolo pubblico e altrettanti in relazione allo smaltimento rifiuti e, infine, da 300 mila a 420 mila che vanno a riguardare i diritti camerali.